Investire con i PIR

Investire con i PIR: ecco quando conviene

15 marzo 2017 · di Raffaele Zenti · 9 Commenti

I PIR strizzano l’occhio al risparmiatore italiano ammaliandolo con un vantaggio fiscale e la prospettiva di una performance interessante. Per aiutarvi a compiere scelte razionali, analizziamo il profilo di convenienza dei PIR rispetto alle possibili alternative.


Il 2017 ha portato con sé una novità di un certo rilievo per il mondo degli investimenti in Italia: i PIR, acronimo di Piani Individuali di Risparmio, diventati realtà grazie alla Legge di Bilancio.

I PIR convogliano gli investimenti verso le azioni e le obbligazioni delle PMI italiane, e offrono un sensibile  vantaggio fiscale a chi li sottoscrive – ne ho parlato diffusamente in questo post, al quale rinvio per non tediarvi.

Qui vorrei rispondere a una domanda franca e diretta: in quale misura i PIR sono convenienti rispetto ad altri investimenti “non-PIR”?

Libido fiscale, libido speculandi e PIR

I PIR sono “contenitori fiscali” (fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali, dossier titoli, polizze vita) che, purché vengano rispettate alcune condizioni, concedono l’esenzione totale dalle imposte sui redditi generati dall’investimento stesso e dalla tassa di successione in caso di decesso del sottoscrittore. Vale la pena rinfrescare la memoria sulle principali aliquote legate agli investimenti: i titoli di Stato emessi da Stati Sovrani (che rientrano nella White List) sono tassati al 12,5%, le forme pensionistiche complementari (come i fondi pensione) sono soggette ad un’aliquota del 20%, mentre agli altri strumenti finanziari non-PIR (ad esempio conti correnti, conti deposito, fondi comuni, ETF, azioni, obbligazioni) si applica l’aliquota del 26%.

Ai PIR, invece, si applica un’aliquota pari allo 0%. Niente tasse, insomma. Questo fatto, insieme alla caratteristica di investire in titoli di PMI, magari espressione della mitica eccellenza italiana, produce un cocktail di ingredienti abbastanza potente da far girare la testa al risparmiatore medio italiano. I PIR vanno infatti a titillare due punti molto sensibili: primo, evitare le tasse e, secondo, ottenere una performance superiore. Ovvero, “libido fiscale” e “libido speculandi” in splendida e pericolosa convoluzione.

Così, per aiutarvi a compiere scelte d’investimento razionali e non ormonali, ho asetticamente indagato il profilo di convenienza dei PIR rispetto alle possibili alternative.

PIR vs non-PIR

Se avete risparmi da investire, con discreta probabilità arriverà qualche baldo venditore a sventolarvi sotto il naso l’estrema convenienza fiscale e finanziaria dei PIR. Non date nulla per scontato, ma agite razionalmente. Lasciamo per un momento da parte la questione del rischio Paese (i PIR hanno per definizione una forte esposizione al rischio Italia), e immaginiamo che il PIR si inserisca all’interno di un’asset allocation equilibrata ed adeguatamente diversificata in termini di rischio. Va indagata in primis la questione commissionale.

Ovvero: poiché i PIR sono esentasse, fino a quale livello di commissioni (TER) un PIR è conveniente rispetto ad un investimento concorrente? Il grafico seguente risponde proprio a questa legittima domanda.

Le variabili in gioco sono:

  • le commissioni (semplificando un po’, il TER) del PIR;
  • le commissioni dell’ipotetica alternativa;
  • la performance lorda, cioè pre-tasse, dell’investimento (che ipotizzeremo identica, per focalizzare l’attenzione solo su tasse e commissioni).

Sull’asse orizzontale trovate la differenza tra la commissione dell’ipotetico PIR e quella dell’altro investimento. Quindi, quando il numero è negativo significa che la commissione del PIR è più bassa di quella dell’altro investimento, e viceversa quando, spostandoci verso destra, diventa positiva. Sull’asse verticale c’è invece la differenza di performance netta tra l’ipotetico PIR e l’alternativa: se il valore è positivo, significa che vince il PIR; viceversa se è negativo.

Sono presenti due linee: una per un ipotetico rendimento (lordo, cioè pre-tasse) annuo del 5% e l’altra corrispondente a un rendimento del 10%. Il profilo di convenienza infatti dipende dalla performance lorda. Il perché è intuitivo: l’aliquota fiscale si applica al guadagno, quindi tanto più alto è, tanto maggiore è il risparmio fiscale associato al PIR, e tanto più il PIR è conveniente.

 

Leggiamo insieme il grafico

Per tutti e due i livelli di rendimenti, le linee sono inclinate negativamente: significa che tanto più alta è la commissione del PIR, rispetto all’ipotetica alternativa, tanto più si riduce l’extra-performance del PIR stesso (a parità di rendimento lordo, s’intende). Piuttosto ovvio. Ma quand’è che l’alternativa diventa preferibile al PIR? Per capirlo occorre individuare il punto nel quale ciascuna linea interseca sull’asse orizzontale, andando poi a leggere a quale differenza commissionale corrisponde[1]. Vediamo un paio di esempi:

  • con un rendimento lordo del 5%, se la commissione del PIR è del 2,5% occorre che l’alternativa abbia una commissione di circa 1% più bassa per risultare più conveniente del PIR; se la commissione del PIR scende all’1,5%, per “battere il PIR”, il non-PIR deve avere una commissione di 0,30%;
  • con un rendimento lordo del 10%, il vantaggio del PIR aumenta, e la commissione del PIR può essere circa del 2% più alta dell’alternativa e risultare ancora più conveniente; cioè, pur con una commissione del PIR pari a 3,1% (alta), la convenienza rimane anche se l’alternativa ha commissioni dell’1%. Se la commissione del PIR è 2%, con un rendimento lordo del 10% il PIR è praticamente imbattibile.

Superfluo sottolineare come, in caso di performance negativa del PIR, non ci sia alcuna convenienza fiscale, visto che le tasse si pagano sui guadagni. Insomma, i PIR hanno oggettivamente un buon margine di convenienza. Ma è anche evidente che se vi chiedono commissioni stratosferiche per il PIR dovete pensarci bene e fare due calcoli. Anche perché non è affatto detto che la performance lorda delle due possibili alternative sia la stessa.

Su questo punto, è difficile dire quali siano le prospettive nell’immediato futuro del mercato finanziario italiano (sul quale si focalizzano i PIR) o degli altri mercati. Quello che possiamo però analizzare sono i dati storici, e più precisamente i rendimenti reali (cioè corretti per l’effetto erosivo dell’inflazione) – vedi grafico seguente – in differenti periodi, tutti molto significativi dal punto di vista statistico.

La storia ci racconta che, mentre il mercato obbligazionario italiano ha generato rendimenti reali nel complesso allineati con il resto del mondo, la Borsa italiana è stata invece decisamente più deludente. Non è affatto detto che ciò valga per il futuro (sebbene io sospetti che in Italia la performance azionaria sia ben allineata ai fondamentali del Paese – ma, ripeto, è solo un deprimente sospetto). Anche perché, a ben vedere, il mercato azionario italiano non è solo l’indice FTSE MIB, drammaticamente dipendente dal malconcio sistema bancario nostrano, ma esistono altri segmenti, differenti e interessanti, più legati al panorama industriale.

Resta però il fatto che, prima di investire in un PIR, occorre sincerarsi che le capacità di gestione di chi lo propone siano fondate, e che quindi abbia delle credibili prospettive di performance positive. Inoltre, se vi chiedono commissioni di gestione, o di sottoscrizione, o di rimborso, che equivalgono all’acquisto di un rene sul mercato nero degli organi, beh, pensateci su. Non siate ingenui, non fatevi obnubilare la mente da “libido fiscale” e “libido speculandi”…


[1] Notarella tecnica: sfortunatamente la relazione che descrive il margine di convenienza è una funzione quasi-lineare della differenza di commissioni, ma non esattamente lineare. Quindi, per esempio, la convenienza relativa quando la commissioni del PIR e del non-PIR sono, rispettivamente, 3% e 2%, non è precisamente la stessa di quando le commissioni sono, rispettivamente, 2% e 1%. E questo benché la differenza commissionale in entrambi i casi sia identica.


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Raffaele Zenti

Raffaele Zenti

Uno dei fondatori di AdviseOnly, responsabile del Financial & Data Analysis Group. Esperto di finanza e gestione dei rischi, statistico Bayesiano, lunga esperienza in Allianz Asset Management, è laureato in scienze economiche con indirizzo quantitativo-statistico all’Università di Torino. Docente di Quantitative Portfolio Management al Master in Finance dell’Università di Torino, ha pubblicato vari articoli su riviste finanziarie (fra le altre: Journal of Asset Management, Economic Notes, Risk), contribuendo a libri su investimenti e gestione dei rischi.
Ex-triathleta, s’ostina a praticare apnea, immersioni e skyrunning.

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Discussione

9 Commenti

  • Silvestro De Falco

    Molto interessante grazie. Ma come mai non ha menzionato i rischi deli investimenti in PMI? In effetti questo è un mercato per junk bonds, con rendimenti attraenti ma altamente rischiosi.

    • Raffaele Zenti

      In realtà l’ho citato e gli ho dedicato un’intera sezione nel primo post, che trova qui https://www.adviseonly.com/blog/investire/guida-al-risparmio/piani-individuali-di-risparmio-roba-seria-o-no/ , alla sezione “I rischi dei PIR” (non mi sono dilungato, ma più o meno si toccano tutti i punti.
      Diciamo che quelli sono rischi dei quali essere coscienti, ma che sono l’essenza di questi prodotti: cioè, chi investe in un PIR deve sapere che corre rischio Italia, con possibili concentrazioni in alcuni segmenti/aree di mercato, sia a livello di rischio mercato, sia di credito, sia di liquidità. Se questi rischi non si incastrano bene nel proprio portafoglio, no way, il PIR non va bene.
      In questo post, invece, ipotizzando che il PIR soddisfi queste condizioni e che il risparmiatore sia consapevole di ciò che fa (condizioni che non necessariamente sono soddisfatte), mi concentro sulla convenienza legata al bilanciamento tasse vs commissioni.

  • Matteo

    Raffaele, condivido pienamente la tua analisi, compresa quella del primo articolo sui PIR.
    Il punto è che purtroppo queste strutture hanno sempre il difetto di essere troppo rigide e ingessate.
    Della serie, o prendi il pacchetto così com’è, o niente.
    Il nodo centrale rimane la concentrazione eccessiva di rischio data da un’Asset Allocation rigida e poco modificabile.
    Mediamente la gente non ha idea dell’effettivo rischio che si sta caricando sulle spalle e in più è molto probabile che vedremo caricare degli alti costi, che nessuno valuta, ma che sappiamo avere un impatto devastante sulle performance finali.
    Insomma, non vedo molti punti a favore di questi PIR.

    • Raffaele Zenti

      Secondo me vi saranno PIR più flessibili e altri meno, anche se è chiaro, e sono d’accordo con te, che questo tipo di investimento è focalizzato su un’area specifica (mi aspetto che facendo un’analisi dei fattori di rischio dei PIR – cosa che magari farò – emerga che il grosso sia riconducibile a rischio azionario Italia small cap, rischio credito Italia, e più in generale rischio Eurozona).
      Questo non è necessariamente un problema: dovrebbe essere una scelta. Cioè, va tutto bene se quel tipo di rischio si inserisce consapevolmente nei portafogli, in proporzioni consone a obiettivi, orizzonte temporale, bla bla bla. Bisogna starci attenti.
      E poi bisogna stare attenti – e questo è il focus del post – a evitare che i costi commissionali (TER & C) non si mangino il consistente beneficio fiscale. Non si può essere superficiali…

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  • fabrizio

    Salve Raffaele, ho due domande che poi riflettono la mia opinione in merito. Il mercato azionario delle PMI italiane è in grado di “assorbire” questa mole di investimenti ?a mio avviso no e la bolla sarà grande e dolorosa.
    Se c’è un’alta probabilità di effetto bolla, piuttosto che ancorarci ad un orizzonte di 5 anni, da cui si rischia di uscirne malconci tra commissioni e scoppio bolla, non sarebbe meglio sfruttare il trend con un ETF settoriale? sì lo so, è speculazione, non investimento. Ma io sulle PMI italia non investirei mai!
    un saluto

    • Raffaele Zenti

      Il rischio “bolla” è piuttosto concreto. Però, perché scatti il meccanismo di esplosione della bolla, occorre vendere…e il vincolo di (almeno) 5 anni di durata dell’investimento per godere del beneficio fiscale è un grosso anticorpo: quando si tratta di non pagare le tasse, gli italiani sono resilienti. Inoltre sospetto che la domanda resterà sostenuta, dato che verosimilmente altri asset manager (gli stranieri, per esempio) lanceranno PIR.
      Sul discorso buy & hold vs speculazione…va a gusti e a differente propensione al rischio (noi nei portafogli tattici abbiamo inserito da un paio di mesi l’ETF sulle midcap italiane proprio in ottica tattica, e non strategica).

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