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#ABCFinanza: cosa sono le obbligazioni “floater”?

Che cosa sono le obbligazioni floater?

Nella loro forma più semplice i bond di tipo floater (o obbligazioni indicizzate) sono delle obbligazioni che pagano una cedola variabile, che dipende dai movimenti futuri di un tasso di interesse, ad esempio il rendimento del BOT o il tasso Euribor.

I floater: ecco come funzionano

Il punto chiave è la cedola. E il modo più semplice per capire il funzionamento di una cedola di un’obbligazione floater è pensare al meccanismo di una rata di un mutuo variabile e chiedersi da cosa sia composta.

Ecco la risposta: è composta da un tasso variabile di riferimento (con molta probabilità Euribor o Libor) su cui viene applicato uno spread, cioè una componente fissa misurata in punti base (ad esempio 100, che vuol dire 1%). Ebbene, la cedola di un’obbligazione floater segue la stessa identica logica:

cedola_formula

Di conseguenza ogni volta che il nostro bond “sgancia il cash” (ossia paga la cedola, avvenimento che di solito avviene semestralmente o annualmente) che cosa avremo in tasca rispetto al classico bond a cedola fissa?

Lo chiarisco con un esempio colorato:

grafici_comparativi_floater (1)

In alto supponiamo di avere il classico bond con cedola fissa annua del 5%, scadenza 8 anni; acquistandolo oggi alla parità (flusso pari a -100), il grafico mostra i flussi di cassa che si ottengono nel tempo[1]; dall’altro lato l’amico floater, sempre con scadenza 8 anni acquistato alla pari ma con una cedola formata da un tasso di riferimento (parte variabile in colore giallo) e la parte “fissa”, di colore blu, che rappresenta lo spread. Anche qui a scadenza viene restituito il capitale (identificato sempre con la barra bianca) più l’ultima cedola.

Ora che abbiamo chiarito il funzionamento base, cerchiamo di capire come cambia in termini di rischio un floater rispetto a un bond a cedola fissa.

Obbligazioni floater Vs Obbligazioni a cedola fissa

Premessa facile facile.
Andiamo a considerare due obbligazioni con:

  • stessa data di scadenza (cioè stessa maturity, o vita residua dell’obbligazione);
  • stesso emittente (società o Governo, o agenzia sovranazionale che offre i propri titoli ai sottoscrittori);
  • stesso grado di seniority/subordinazione (Junior, Senior, ecc…);
  • stessa liquidità;
  • stessa divisa (valuta con cui viene emessa l’obbligazione).

Queste variabili vengono considerate identiche, in modo da mettere a nudo il solo confronto della cedola fissa rispetto a quella variabile, evitando distrazioni. Ecco un’infografica che riassume un po’ il tutto:

tabella_comparativa_floater (3)

  • Rischio di tasso d’interesse: s’intende il cambio di prezzo dell’obbligazione qualora si modifichino i tassi di interesse; questa sensibilità è più debole nel caso del floater. La ragione? Un’obbligazione floater è equivalente a un deposito, di durata corrispondente alla frequenza della cedola (quindi se è semestrale, è un deposito a 6 mesi), che viene rinnovato ad ogni pagamento della cedola. E un deposito ha rischio basso. Anche se viene rinnovato un gran numero di volte.
  • Rischio di credito: il rischio di credito è il rischio di default della controparte (il rischio che non paghi). Risulta tanto più elevato quanto più lungo è il tempo di esposizione, cioè quanto più lontana è la scadenza dell’obbligazione.
  • Se salgono i tassi che succede al prezzo? Questo punto si collega al primo: se i tassi di interesse salgono il prezzo del floater resta “quasi invariato“; al contrario il prezzo del bond a cedola fissa riduce il proprio prezzo, relazione spiegata in questo post.
  • Se scendono i tassi che succede al prezzo? Il prezzo del bond a cedola fissa sale, mentre il floater resta pressoché invariato. Possiamo concludere che il floater ha una sensibilità pressoché “inesistente” ai tassi, sia che salgano sia che scendano (qualche precisino avrà da ridire, ma chiudiamo un occhio).
  • Rendimento a scadenza: si può calcolare in modo corretto nel bond con la cedola fissa, ma non si può calcolare per le obbligazioni floater semplicemente perché non si conoscono i flussi di cassa futuri, in quanto la cedola è variabile.
  • Effetto maturity: questo effetto è collegato ai punti 1,2 e 3. Senza troppi giri di parole, lo spiego con un esempio: supponiamo di avere un bond a cedola fissa con vita residua di 2 anni e uno con vita residua 25 anni. Qual è il più rischioso? Come si vede anche dall’infografica il bond a 25 anni (con una maggiore vita residua) è più rischioso, in quanto è più sensibile ai movimenti dei tassi d’interesse. Ora invece supponiamo di avere un floater a 2 anni e uno a 25 anni. In termini di rischio di credito è più rischioso quello a 25 anni. Ma in termini di rischio tasso d’interesse, sono praticamente identici. Nel complesso, quindi, la differenza in termini di rischio tra il titolo a 2 anni e quello a 25 anni è bassa. Per capire meglio questo punto immaginate la situazione estrema in cui il rischio di credito è uguale a zero e lo spread è nullo: in questo caso un floater con scadenza a 2 anni ha lo stesso rischio di uno a scadenza a 25 anni, cosa che non sarà mai vera per un bond a cedola fissa.
  • Titoli italiani più conosciuti: il BTP (classico, non legato all’inflazione) è un bond a cedola fissa, mentre il CCT è un floater.

Qual è il succo di queste righe? Che il floater è, a parità di altre condizioni, molto meno rischioso di un bond a cedola fissa. Detto in altre parole (qualora vogliate far i fighi o non restare a bocca aperta quando qualcuno prova a impressionarvi) potete dire che la duration del floater è sempre minore[2] rispetto a quella di un bond a cedola fissa di pari scadenza. Quindi non impressionatevi se, nelle nostre classifiche strumenti, trovate obbligazioni che sembrano avere un rischio molto basso!

Per i più coraggiosi

E ora ci divertiamo un po’ facendo gli esotici (poco poco).

Prima mi sono limitato a descrivere i tipi di floater più semplici, tuttavia ne esistono forme più complesse; analizziamone una: le obbligazioni floater che includono i cosiddetti “Cap e Floor“.

I floater possono avere quello che in gergo viene definito un “cap” (un tetto, cioè un limite massimo) o un “floor“(un pavimento, cioè un limite minimo), o entrambi. Vi prometto che la faccio semplice con un esempio di poche righe:

Supponiamo di avere un floater con un Cap del 2% e il tasso di riferimento è l’Euribor a dodici mesi, che oggi supponiamo quoti all’1%, mentre lo spread cedolare è 0,5%. La cedola totale pagata dal floater oggi è 1,5%, giusto? (1%+0,5%), bene. Supponiamo che tra 12 mesi il nostro tasso variabile (Euribor) salga al 2%: la cedola totale teorica dovrebbe essere 2,5% (dato che lo spread è sempre fisso), ma grazie il cap, che fissa un massimo, è il 2%!

Il floor, al contrario, è il “pavimento”: se il tasso variabile scende sotto la soglia, viene comunque pagato il floor come cedola.

 

Ci sarebbe ancora tanto da dire sui floater, ma per questo ABC Finanza è tutto. Linea alla regia.


“Un risparmiatore informato è un risparmiatore migliore”

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[1] Un’iniziale pagamento da 100, una serie di pagamenti da 5 seguiti da una semplice restituzione del capitale a scadenza insieme all’ultima cedola.

[2] Sempre che siano mantenute le condizioni di parità di altre variabili.

Scritto da

Curioso fin da piccolo riguardo il mondo della finanza, segue il suo primo corso di analisi tecnica e dei mercati a 11 anni. Il crescente interesse per la finanza, specialmente per la parte matematico-statistica, lo porta a laurearsi in un percorso quantitativo, "Banking & Finance", presso l'università di Padova. Prima di unirsi al team di AO, fa una prima esperienza in una società di rating. Un passato da giocatore di tennis, passa il suo tempo libero alternando allenamento e giochi di strategia militare.

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