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“Non ce lo dicono”: ecco a voi la lobby del clima

Fuori Coca-Cola, Apple, GlaxoSmithKline e Deutsche Telekom, dentro la utility statunitense Edison International. Ma, in generale, a dominare la “A-List” 2021 di InfluenceMap sono le aziende europee. A quanto sembra, più motivate e propense, rispetto ad altre, ad allinearsi alle direttive dell’Accordo di Parigi del 2015.
 

A-List: chi è dentro quest’anno?

L’elenco, diffuso di recente1, comprende 15 aziende che hanno totalizzato punteggi consistenti in riferimento a:

  • organizzazione (“Organization Score”, da 0 a 100), che indica quanto un’azienda sia favorevole o contraria alla politica climatica allineata all’Accordo di Parigi;
  • intensità dell’impegno (“Engagement Intensity”, da 0 a 100), il quale indica l’intensità di questo coinvolgimento, sia esso favorevole o contrario alla suddetta politica climatica;
  • relazioni (“Relationship Score”, da 0 a 100), che dà un’idea di quanto il settore industriale (e relativi aggregati) cui fa riferimento l’azienda sia favorevole o contrario alla politica climatica allineata all’Accordo di Parigi.

L’“Organization Score” e il “Relationship Score”, combinati insieme, danno vita alla “Performance Band”, che rappresenta la misura completa dell’impegno diretto e indiretto di un’azienda nella politica climatica.

Per garantirsi un posto nella A-List, ogni azienda ha dovuto ottenere un “Organization Score” del 75% come minimo, un punteggio di “Engagement Intensity”, combinato a un punteggio positivo alla voce precedente, del 25% almeno e un posizionamento tra il 25% delle compagnie al top nel suo settore di riferimento.

A valle della selezione ottenuta applicando questi filtri, l’edizione 2021 della lista di InfluenceMap include aziende del calibro di Unilever, Iberdrola, Nestlé, Tesla e Ikea. Ma anche, per dire, la “nostra” Enel.

Nel mettere insieme la sua A-List, InfluenceMap dice di aver valutato migliaia di “prove” relative a centinaia di aziende. Con una differenza rispetto al passato: i criteri adottati per stabilire chi dovesse essere dentro e chi fuori sono stati più severi rispetto alla prima A-List del 2018, in risposta alla crescente urgenza di un’azione climatica.

Ed ecco la lista 2021 messa a punto dopo le varie scremature.
 

 

Quali sono i punti chiave della A-List 2021?

Eccoli, in sintesi:

  • Ben 12 delle 15 aziende hanno sede in Europa, l’area che – soprattutto dall’Accordo di Parigi in poi – appare la più attiva nel supporto delle politiche per il clima.
  • Le compagnie di regioni come Stati Uniti, Giappone, Australia e Canada sono scarsamente rappresentate o assenti, il che potrebbe in larga parte dipendere dall’assenza di politiche climatiche vincolanti in tali regioni.
  • Otto delle 15 aziende sono utility – la maggior parte delle quali ha sede in Europa – e ciò indica che il settore è tra i più positivi sul clima in generale. Solo un’azienda automobilistica, Tesla, è nella lista.
  • Il disallineamento delle associazioni industriali di riferimento sulla politica climatica è alla base dell’eliminazione di molte aziende dalla A-List. Per esempio, Microsoft, Salesforce, Siemens AG e Schneider Electric sono membri della National Association of Manufacturers e/o della US Chamber of Commerce2, che stanno attivamente bloccando o comunque ostacolando la politica climatica allineata a Parigi. E non ci sono prove sostanziali e pubbliche di sforzi profusi da tali aziende per modificare le posizioni sul clima di queste associazioni industriali.
  • Coca-Cola, Apple, GlaxoSmithKline e Deutsche Telekom sono uscite dalla A-List perché i loro punteggi relativi all’intensità dell’impegno non soddisfano la soglia maggiorata del 25%.

 

 

Quelli che potrebbero fare di più

InfluenceMap ha anche identificato 21 aziende che hanno il potenziale per essere incluse nella A-List ma che attualmente sono frenate da mancanza di ambizione, bassi punteggi in quanto a impegno o legami con gruppi industriali ostruzionisti. La lista dei “Potential Leaders” include aziende come Microsoft, Apple, PepsiCo, Aeon e Maersk.

Il rapporto mette in evidenza anche le aziende che non fanno ancora parte della A-List o della lista dei “Potential Leaders” ma che mostrano una leadership in settori che sono stati storicamente resistenti a politiche climatiche ambiziose: nel comparto industriale, per esempio, si sono distinte fra le altre 3M, Cummins, Trane Technologies e Johnson Controls.

In ogni caso, i risultati della A-List indicano una forte correlazione tra leadership aziendale sul clima e azione politica dei legislatori: laddove i legislatori si sforzano di fare di più, il mondo delle grandi imprese si mette sulla scia. Anche perché se alcuni impegni/obiettivi diventano legge, rimane poco altro da fare.

Viceversa, se i legislatori procedono “alla vecchia maniera”, i grandi gruppi fanno lo stesso. Tralasciando il fatto che spesso sono proprio le loro lobby a spingere perché la politica non li “disturbi” con obiezioni di tipo climatico.

In ogni caso, sottolinea InfluenceMap, questa correlazione tra impegno aziendale e sforzo politico diventa ancor più importante oggi, alla vigilia della COP263 sul clima che inizierà a Glasgow il primo novembre.
 



1. The A-List of Climate Policy Engagement 2021
2. In un report diffuso a giugno, il Climate and Development Lab della Brown University ha esaminato 41 dichiarazioni della Camera di Commercio statunitense dal 1989 al 2009, segnalando che l’associazione è “una forza potente nell’ostacolare l’azione sul clima”. Vedasi il New CDL Reports: Chamber of Obstruction
3. Che cos’è la COP?

 

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Nata a Rieti, gli studi universitari a Roma, lavora a Milano dal 2007. Dopo un'esperienza di quattro anni in Class CNBC, canale televisivo di economia e finanza del gruppo Class Editori, si è spostata in Blue Financial Communication, casa editrice specializzata nei temi dell'asset management e della consulenza finanziaria. A dicembre 2017 si è unita al team di AdviseOnly.

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