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Financial Brief | Chi sono oggi i Paesi Emergenti?

Tutto sui Paesi Emergenti, caratteristiche e opportunità d'investimento.

Ripartiamo dall’ABC. Anzi, dal BRIC: vi ricordate la sigla lanciata a livello globale nel 2001 da Jim O’Neill di Goldman Sachs? Stava per Brasile, Russia, India e Cina. Con il tempo qualcuno aggiunse la “S” di Sudafrica (BRICS). E oggi? Quando parliamo di Paesi Emergenti, a cosa facciamo riferimento? Ci riferiamo a un gruppo alquanto eterogeneo.

Quali Paesi sono considerati come "Emergenti" nel mondo.

Ciò premesso, non esiste una definizione universalmente accettata per identificare la categoria dei Paesi Emergenti, ma se ci focalizziamo su Prodotto Interno Lordo pro-capite, crescita e popolazione possiamo provare ad abbozzare qualche tratto saliente.

Nel loro insieme, i Paesi Emergenti hanno un PIL pro-capite più basso, crescono mediamente di più e sono più popolati. Ma, come si evince dal grafico, costituiscono un gruppo eterogeneo: la stragrande maggioranza della popolazione si concentra in India e in Cina, non tutti crescono con la stessa intensità e in termini di PIL pro-capite c’è qualche meteora come Taiwan o la Corea del Sud.

 

Come si sono comportati storicamente sui mercati?

Potremmo dire piuttosto bene. Dal 1998, ovvero da quando la serie storica è disponibile, il rendimento medio annuo total return (in dollari USA) è stato dell’8,9% per i Paesi Emergenti e del 5,2% per i Paesi Sviluppati. Con una differenza media annua del 3,7%. Ovviamente, come la teoria economico-finanziaria insegna, tale rendimento aggiuntivo è frutto di un maggiore rischio.

La volatilità media annua dei Paesi Emergenti è infatti stata del 9,6%, rispetto al 6,5% degli Sviluppati. Il rapporto tra performance e rischio è, storicamente, lievemente favorevole ai Paesi Emergenti (0.93 degli Emergenti contro uno 0,8 degli Sviluppati).

 

Il successo degli Emergenti è in larga parte frutto della globalizzazione e della Cina che dal 2000 in poi, entrando a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), con il suo mercato domestico da un miliardo e 400 milioni ha dato un bell’impulso al commercio mondiale e al mercato dei capitali. Un ragionamento simile vale per tutta la regione asiatica che, oltre a incarnare una fetta significativa della classe media mondiale, rappresenta in massa l’indice di mercato di riferimento.

 

Perché sono considerati (ancora) un’asset class?

Un’asset class, in teoria, dovrebbe essere una categoria di attività finanziaria omogenea. E, come abbiamo visto in precedenza, i Paesi Emergenti potrebbero non esserlo, se guardiamo alle variabili economiche: c’è una certa eterogeneità. Ma, se analizziamo la questione da un punto di vista finanziario, la faccenda può cambiare.

Come mero esercizio statistico, ci siamo chiesti se gli Emergenti, obbligazioni e azioni, abbiano la forza di migliorare l’efficienza1 di un tipico portafoglio costituito da azioni e obbligazioni dei Paesi Sviluppati. Senza troppe sorprese, in base ai dati storici, il contributo dei Paesi Emergenti all’efficienza di portafoglio è stato positivo per ogni possibile livello di rischio. Se ciò accade è perché i Paesi Emergenti offrono benefici di diversificazione (imperfetta correlazione dei rendimenti) e hanno rendimenti competitivi con gli altri attivi.

In altre parole, finora gli Emergenti sono stati considerati un’asset class perché sono sufficientemente diversi dagli asset dei Paesi Sviluppati, apportando un pizzico di diversificazione in più e migliorando le performance.

Come si può investire in questa asset class?

Se evitare eccessive concentrazioni di rischio è un must per ogni investitore, ancora di più lo è quando si parla di mercati emergenti. Perciò è d’obbligo utilizzare strumenti di risparmio gestito come ETF e fondi, che offrono una buona diversificazione all’interno dello strumento stesso.

 

 

Attenzione, però, a non farsi trarre in inganno dall’ampio numero di Paesi e dalla loro diversa collocazione sul pianeta: investire in un ETF o un fondo che copre l’ampio universo dei mercati emergenti ha implicite delle scelte. Settoriali, tanto per cominciare.

Se si osserva l’allocazione settoriale di un investimento azionario nell’indice MSCI EM (ISHARES MSCI EM UCITS ETF, fonte Bloomberg), si coglie immediatamente come investire in un ampio paniere di titoli dei Paesi Emergenti equivalga a investire in modo importante in servizi bancari e finanziari, tecnologia, energia e materiali. La differenza rispetto a un investimento azionario in Paesi Sviluppati è significativa.

 

Per l’obbligazionario, occorre essere consapevoli del merito creditizio delle obbligazioni che si acquistano (indirettamente) attraverso un ETF o un fondo. Con riferimento a uno degli indici più comuni, il JPM Emerging Markets in divisa locale, la ripartizione dei rating Moody’s è la seguente:

 

E poi c’è l’esposizione alle divise: investire nei Paesi Emergenti comporta attenzione al rischio di cambio, che è assai rilevante.

 

Certo, è possibile acquistare strumenti coperti dal rischio di cambio – in valuta forte, hard currency – (molti ETF e fondi hanno la doppia versione, con e senza copertura del rischio cambio), ma occorre tenere bene a mente che il costo della copertura per le divise dei mercati emergenti di solito non è affatto trascurabile: indicativamente, è pari alla differenza tra i tassi d’interesse fra la divisa estera e quella di domicilio (cioè l’euro).

Se per esempio decidete di investire in un ETF legato alla Corea del Sud coprendovi dal rischio di cambio in dollari, approssimativamente il costo della copertura è pari alla differenza tra il titolo di Stato a 3 mesi USA (2,1%) e l’omologo coreano (1,55%), ovvero un costo annuo intorno allo 0,60%.

 


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1 – La simulazione è stata fatta su dati mensili di 4 indici MSCI bond e azioni sui paesi sviluppati e emergenti a partire dal 31/12/1998. L’efficienza di un portafoglio è stata approssimata con il calcolo della frontiera efficiente utilizzando il modello Markowitz naive.


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